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Videogiochi e guerra: c’è un impatto sulla realtà?

Leonardo Michele Greco grazie all’aiuto della 4D e 4I.

Da sempre, il mondo dei videogiochi è stato affascinato dalla guerra. Titoli famosissimi come “Call of Duty”, “Close Combat”, “Fortnite” e molti altri hanno portato nelle case di milioni di persone provenienti da tutto il mondo battaglie, strategie militari e scenari di conflitto. Ma questi giochi hanno un effetto sulla vita quotidiana? E soprattutto possono realmente influenzare la nostra visione del mondo?

Quando la guerra diventa un gioco

Essendo tantissimi, i videogiochi di guerra offrono tutti esperienze molto diverse l’un l’altro: alcuni si impuntano sull’azione frenetica, altri sulla tragicità dei conflitti, mentre altri cercano di mostrare il lato più umano della guerra. Il videogioco “This War of Mine”, ad esempio, piuttosto che metterci nei panni di un soldato, ci fa vivere la guerra dal punto di vista di cittadini che, a causa di essa, devono sopravvivere in una città devastata.

E ora sorge la domanda: questi giochi possono essere un semplice passatempo o un’occasione di riflessione?

I pro e i contro

Come ogni esperienza, anche i videogiochi di guerra hanno lati positivi e negativi.

Innanzitutto, questi videogiochi sono capaci di migliorare la coordinazione e la rapidità nel prendere decisioni di chi ci gioca. Ad esempio, il noto “Call of Duty” richiede capacità di adattamento immediato a situazioni in continua evoluzione e riflessi velocissimi e sempre pronti. Inoltre, nella creazione di strategie di squadra in titoli come “Battlefield” i player hanno l’opportunità di stimolare la loro creatività, formando e sperimentando nuove tattiche per sfruttare il terreno a proprio vantaggio. Altri, invece, come “Medal of Honor”, permettono di esplorare in modo dettagliato eventi storici di grande importanza, senza mettersi a rischio nella vita reale.

Se da un lato questi “videogiochi di guerra” riescono ad offrire esperienze formative ed immersive, dall’altro possono avere anche ampi effetti negativi. Infatti, la costante esposizione a scene iperrealistiche di combattimento può contribuire a normalizzare, soprattutto tra i giovani, la violenza e la guerra, riducendo quindi la percezione della gravità di questi avvenimenti nella vita reale. In più, essendo la maggior parte di questi giochi progettata per essere più coinvolgente possibile, porta tanti giocatori a trascorrere ore davanti a schermi. Insomma, in altre parole questi videogiochi possono diventare oggetto di dipendenza, come dimostrato da molti casi legati a vari giochi online competitivi. Come se non bastasse, questa tipologia di videogiochi può avere anche un potenziale impatto emotivo. Giochi come “Escape from Tarkov” possono essere in alcuni punti talmente complicati da generare elevati livelli di frustrazione e tensione, influenzando negativamente la nostra salute mentale, ma anche, in parte, fisica.

Dunque, la vera domanda è: questi giochi ci cambiano davvero?

Cosa dicono le statistiche

Gli studenti di due classi quarte (la 4I e la 4D), insieme alla professoressa Mirella Bresolin, hanno avuto l’opportunità di studiare l’impatto e la popolarità di questo genere di videogiochi su una grande porzione di giovani.

I dati raccolti dalle varie analisi statistiche ci mostrano che circa la metà dei giovani gioca ai videogiochi di guerra. In molti lo fanno per divertimento o adrenalina, mentre altri li evitano per mancanza di interesse. 

Ma tra tutti i dati raccolti, dal mio punto di vista, uno dei più interessanti riguarda la sensibilità alla violenza. Infatti, il 35% degli intervistati ritiene che questo genere possa rendere chi ci gioca meno sensibile alla gravità delle guerre, mentre il 65% pensa il contrario. In più, la maggioranza ritiene che questi videogiochi non rappresentino fedelmente la realtà.

Gioco o riflessione?

Quindi, questi giochi possono essere un semplice passatempo o un’occasione di riflessione? Dipende: per alcuni rappresentano fonti di puro intrattenimento, mentre per altri diventano un’opportunità per approfondire la storia o riflettere sulle conseguenze morali e fisiche dei conflitti. 

Tuttavia, al di là delle interpretazioni personali, ciò che conta davvero è il modo in cui li viviamo e la consapevolezza con cui li affrontiamo. Perché, in fondo, la sottile linea che divide realtà e finzione non è dettata dai giochi stessi, ma dalla nostra capacità di comprenderne il significato.

Ringrazio di cuore gli studenti delle classi 4D e 4I e la professoressa Mirella Bresolin per la loro disponibilità e per aver fornito i dati preziosi a supporto di questa analisi.

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